lunedì 18 novembre 2019

Pollice verde



Andandosene, mio nonno mi lasciò ciò che aveva in eredità. Intendiamoci: non che fosse molto. Fu benestante per un periodo della sua vita, ma negli ultimi anni dilapidò gran parte delle sue fortune. Una cosa che gli era rimasta, però, era il grande albero di Storia secolare in giardino, passato di generazione in generazione. Un tempo maestoso, il nodoso colosso di legno aveva superato molte peripezie, tra inverni ed estati, sopravvivendo sempre. Mentre se ne prendeva cura mio nonno, però, ci fu una delle stagioni più scure e terribili che si ricordano, e per la prima volta si pensò davvero la vecchia Storia potesse non farcela. Sopravvisse, per fortuna, ma lo spavento che il mio vecchio si prese lo portò a curarla con un'attenzione morbosa. Le piante, si sa, possono perire sia per carenza che per eccesso di cure, e quando passò infine nelle mie mani la troppa concimazione e il costante annaffiamento l'avevano fatta marcire. Quello che non aveva fatto l'inverno mortale, lo fece la paura. In molti passando innanzi all'antico albero, mi consigliarono di abbatterlo. Dicevano che ormai era morto e che imbruttiva il giardino con il suo profilo grottesco e i ricordi che rievocava. Sorridevo bonario a questi suggerimenti, ben consapevole che li avrei ignorati. Perché, mentre potavo rami secchi, rimescolavo il terriccio e stappavo radici marce, tra le onde nodose della corteccia martoriata, ho visto spuntare ancora il verde di un germoglio.

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